L’innocenza cominciò col primo uomo, e lì rimase. 

— Giuseppe Gioachino Belli —

Sedersi in meditazione è un momento delicato.

È un momento in cui decidiamo di fermarci, di interrompere le nostre normali attività, e di metterci seduti.

È un momento particolare perché potremmo avere difficoltà a interrompere le nostre attività.

Potremmo essere incalzati da alcune scadenze, o avere mal di testa o male a una gamba. Potremmo essere preoccupati per qualcosa o qualcuno, e la nostra attenzione potrebbe essere totalmente risucchiata da quelle questioni della vita.

Per questo dico che sedersi in meditazione è un momento delicato.

A sorreggere la nostra pratica, sia che siamo praticanti già da tempo sia che siamo agli inizi, ci viene in aiuto l’intenzione che infondiamo nella pratica stessa. Ci aiuta avere ben chiaro il motivo superiore per cui ci separiamo momentaneamente dal resto del mondo per metterci seduti, immobili e con gli occhi chiusi.

Senza questa motivazione,

la nostra pratica rischierebbe di avere ben corta vita,

e noi perderemmo un grande potenziale trasformativo.

Colleghiamoci quindi all’intenzione sovrana nella nostra meditazione: perché sto praticando? Di che cosa ho bisogno in questo periodo della mia vita? Quale augurio di bene posso inviare a me stesso? Lasciamo emergere qualunque frase sorga, lasciandoci il tempo di sentirne l’impatto sul nostro corpo-mente. Sentiamo il rilascio che si viene a creare quando finalmente ci diamo il permesso di toccare il benessere a cui aspiriamo.

meditazione-intenzione-mindfulness

Rimanere in meditazione è un momento delicato

L’incalzare della vita quotidiana ordinaria è un forte ostacolo alla nostra pratica. Non dobbiamo prendercela con noi stessi se sentiamo difficoltà, ma possiamo posare su di esse uno sguardo compassionevole e gentile, un tocco di accoglienza, pazienza e fiducia.

Possono arrivare momenti in cui la pratica si fa difficile: magari svolgiamo pratiche prolungate (30 minuti o più), o iniziamo presto a provare noia (ma chiediamoci: presto rispetto a cosa?), o ci accorgiamo che ci siamo seduti storti sul nostro panchetto o cuscino e vorremmo sistemare la posizione. Sistemare, aggiustare, migliorare, raddrizzare, mettere a posto, allineare: quello che facciamo sempre.

Tentare di aggiustare le cose. Non siamo abituati a stare con le cose così come sono. Ingaggiamo continue guerre, guerriglie, battaglie con qualunque cosa per farla aderire a come la nostra mente si immagina che debba essere. Una bella fatica! Per poi ritrovarci insoddisfatti perché non tutto è stato come lo volevamo.

Rimanere in tutto questo è veramente un’impresa delicata. Siamo invitati nella nostra pratica a stare con quello che emerge, momento dopo momento, senza giudicarlo e osservandone tutti i più piccoli cambiamenti. Questo è davvero trasformativo e curativo. Perché potremmo trovare una gran sorpresa nello scoprire che quel mal di schiena insopportabile e che ci sembra immutato in realtà presenta caratteristiche, intensità diverse, che cambiano da un istante all’altro, a un certo punto addirittura svaniscono.

Stare con quello che c’è. Se c’è noia, stare con la noia. Se c’è dolore fisico, stare con il dolore fisico. Se c’è agitazione, ansia, paura, stare con loro. Non fuggire da quello che c’è. Questa è una grande capacità che stiamo via via perdendo, grazie al fatto che vogliamo tutto e subito, che vogliamo cose piacevoli e vogliamo evitare quelle dolorose. In fondo, ci diciamo “Perché devo soffrire?“.

La capacità di stare nella pratica ci invita a esplorare le difficoltà invece di respingerle, di sistemarle o di far finta che non ci siano. Ma ci invita anche a esplorare le cose piacevoli, e vedere come queste si presentano alla nostra mente. Vogliamo aggrapparci? Vogliamo farle durare di più? Abbiamo paura che finiscano presto? Temiamo di non meritarcele? È un viaggio interessante.

Questa capacità va allenata perché ci conduce alla libertà: lo sentiamo quando pratichiamo, in quei momenti in cui c’è mal di schiena e la gamba addormentata ma noi non stiamo reagendo in modo automatico.

Siamo liberi di decidere.

Siamo liberi di stare e osservare quel disagio ancora un po’, o siamo liberi di cambiare posizione. Ma in questo caso, saremo consapevoli.

L’uomo veramente libero è colui che rifiuta un invito a pranzo senza sentire il bisogno di inventare una scusa

— Jules Renard —