Impara tutto ciò che ti è possibile dagli errori degli altri. Non avrai tempo a sufficienza per farli tutti.

— Alfred Sheinwold —

Quello che vi racconto in questo articolo trae origine dalla mia esperienza personale di pratica, che tratto come testimonianza della potenzialità trasformativa della Mindfulness e delle pratiche meditative più in generale (se svolte con una comprensione sana e il men possibile egoica dell’intera esperienza).

Non ritengo che la mia esperienza sia valida o applicabile a tutti, e neanche che sia il massimo dell’esperienza raggiungibile: questo è un cammino che non finisce mai.

Trattandosi della mia esperienza personale, lascerò da parte anche i tecnicismi e i dati scientifici a sostegno di quello che vi dirò; tralascerò anche di parlarvi di come è iniziata la mia conoscenza della meditazione e delle motivazioni che sostengono non solo la mia pratica personale ma anche l’intenzione di diffondere la Mindfulness: questo argomento potrà essere oggetto di un futuro articolo.

La cosa che è più importante che sappiate, e che penso siano le prime domande che si pone chiunque inizi un percorso di meditazione o di conoscenza interiore, di sviluppo, di crescita personale, è:

  • A cosa mi serve?
  • Cosa mi porterà imparare questa “tecnica” e fare questi “esercizi” tutti i giorni?
  • In poche parole, quale vantaggio ne posso ricavare?

Utilitarismo SI – Utilitarismo NO

Molte persone potrebbero obiettare che non si inizia un percorso del genere, un percorso che può avere significato anche spirituale, per raggiungere un qualche scopo, per averne un vantaggio. Da un lato, mi sento di dire a queste persone che hanno ragione: il “non cercare risultati” è infatti anche uno dei pilastri su cui si basa la Mindfulness. Un pilastro molto difficile da comprendere.

Io stessa iniziai a meditare spinta da un obiettivo: volevo ottenere un risultato ben specifico, e appena lessi “Non cercare risultati” pensai di avere problemi di vista. È un’aspettativa umana, nonché frutto della nostra educazione, quella di fare qualcosa in cambio di qualcos’altro, e a mio avviso non c’è nulla di male in questo.

Possiamo quindi partire da questo assunto: meditiamo per ottenere un risultato, fosse anche “semplicemente” ridurre lo stress.

Partiamo da qua, poi possiamo in qualunque momento cambiare. Con la pratica costante, con la fiducia, con l’accettazione di qualunque cosa si presenti, pian piano questa tensione al risultato potrà addolcirsi, e perdere sempre più la caratteristica di sforzo e di obbligo (il classico “DEVO rilassarmi”), lasciandoci liberi di meditare sereni.

meditare-meglioIl Grande Vantaggio

C’è una fase, durante la nostra pratica di meditazione, in cui finalmente riusciamo a concentrare la mente: questo può capitare pochi istanti dopo l’inizio della sessione (specie se abbiamo una certa esperienza) o verso la fine, quando la mente si è un po’ stabilizzata. Ma potrebbe anche capitare dopo moltissime sessioni di pratica: non c’è una regola, ogni persona avrà un’esperienza diversa, basata sulle caratteristiche di partenza della propria mente. Ci saranno, come ho anticipato nel titolo, alcuni ostacoli da superare prima di “assaporare” i benefici della pratica.

Una volta stabilizzata la mente, si arriva in una concentrazione d’accesso dove inizia a succedere qualcosa. La mente si acquieta. È quasi come vederla sedersi su una grande poltrona, dopo che si è dimenata in tutte le direzioni inseguendo prima una cosa poi un’altra, instancabilmente.

Si siede. È attenta, è disciplinata, conserva la sua energia e la dirige delicatamente sui suoi stessi processi. In questo momento, hai la sensazione di una mente agile e leggera, una mente pulita.

Non c’è più sonno, non c’è più noia, non c’è più fastidio. La mente diventa abbastanza aperta e larga da poter contenere tutto: pensieri, immagini, suoni, ogni elemento potrebbe, in questa fase, percorrerla.

In questa fase, c’è anche il corpo. Il corpo c’è sempre, a parte alcuni rari attimi. Sentiamo perfettamente le sensazioni del corpo: il peso, il contorno, la consistenza del nostro corpo, i suoi lievi movimenti, il battito del cuore, il peso delle ciglia, la punta delle unghie.

La percezione fisica si espande incredibilmente, riuscendo a individuare dettagli fisici che in uno stato di attenzione normale, non possiamo apprezzare. In questo momento, hai la sensazione di possedere tutti i pezzi del tuo corpo, che siano tutti insieme, compatti, presenti. Potresti percepire alcune parti del corpo più pesanti del normale, specialmente le braccia e le mani. 

È una sensazione che potrebbe attirare l’attenzione della mente in modo particolare: qua rimaniamo vigili per notare l’eventuale distrazione. Come qualunque altra sensazione del corpo, anche quella può essere notata senza dovercisi attaccare né doverci spaventare.

Potremmo anche notare parti del corpo doloranti, come la schiena o le ginocchia, oppure indolenzite come i piedi o i polpacci. Queste sensazioni sono potentissimi distrattori, ma a questo punto della pratica dovremmo aver capito come superare questo ostacolo.

Da concentrazione d’accesso a spaziosa apertura

Quando questa concentrazione d’accesso si stabilizza a sua volta, diventa via via più profonda: qualunque cosa (anche il piede addormentato) viene accolto come piccolo elemento della nostra esperienza più grande. Non è un fattore di distrazione.

In realtà, a questo punto non esiste più alcuna distrazione.

Arrivano pensieri (arriveranno sempre, questa è una cosa che non mi stancherò MAI di dire: non è possibile eliminare i pensieri) che attraversano la mente senza arrecare il minimo disturbo, come cactus isolati che si stagliano su uno smisurato paesaggio desertico.

Arrivano suoni, arrivano movimenti dell’aria o di ciò che ci circonda (un gatto ci sfiora, o qualcuno ci cammina di fianco, o il telefono squilla impazzito di notifiche): tutti elementi del paesaggio.

Con questa forma di concentrazione, la nostra mente diventa libera, diventa totalmente attenta a qualsiasi cosa senza perdere l’oggetto primario della sua concentrazione: il respiro o altri oggetti.

Solitamente, quando nella mia pratica giungo a questa forma di concentrazione, arriva il momento in cui decido di lasciar andare l’oggetto dell’attenzione: in questo modo, la mente si apre e diventa permeabile a tutto nello stesso tempo, rimanendo salda e sicura.

Il corpo è presente, con tutte le sue sensazioni. A volte, la sensazione fisica predominante è quella di una gran leggerezza, come se il corpo diventasse improvvisamente fatto di carta velina, leggero e veloce. I dolori fisici (frequenti soprattutto nelle pratiche lunghe) spariscono o si attenuano. Eventuali rumori esterni improvvisi non fanno più trasalire.

I pensieri sono anch’essi leggeri, innocui, come fatti di vapore. Le emozioni si placano e perdono la loro forza eccessiva per diventare leggeri movimenti emotivi a tonalità positiva, fatti di gentilezza e comprensione.

Altre volte non ho sensazioni fisiche di leggerezza ma continua ad esser presente il dolore alla schiena; esso è tuttavia un dolore dolce, un dolore meno potente.

La mente sa accettarlo con totale apertura e senza il desiderio di scacciarlo (quindi senza il fenomeno dell’avversione, uno dei 5 impedimenti).

La mente diventa immediatamente capace di leggere gli avvenimenti che succedono: possono essere dei pensieri oppure vere e proprie situazioni di vita, che vengono facilmente e chiaramente visti all’interno del contesto più ampio all’interno del quale si sono sempre trovati ma che, dalla ristretta visuale della mente ordinaria, non abbiamo chance di vedere.

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Passaggio alla vita ordinaria

Nelle sessioni di meditazione, è come se la mente si prendesse finalmente il suo posto superiore rispetto ai piccoli e grandi fastidi della vita. Come se li guardasse dall’alto, mettendoli ognuno al suo giusto posto, riconoscendo le priorità, distinguendo le emozioni benefiche da quelle tossiche e imparando, di volta in volta, a scegliere.

Facendo tesoro delle esperienze vissute durante le sessioni di pratica, si inizia pian piano a portare questo tesoro anche nella vita.

Il passaggio da “beneficio in sessione” a “beneficio nella quotidianità” richiede tantissima pratica, tantissima dedizione e tantissima scioltezza.

Per questo, ritengo che sia più difficile svolgere le pratiche informali che sembrano tuttavia a prima vista più semplici. Nonostante ciò, non esiste una regola precisa e valida per tutti: alcuni di voi potrebbero trovare effettivamente più rivelatrici le esperienze di pratica informale.

Esse vanno comunque affiancate alle sessioni formali, evitando il classico fenomeno di fuga dai contenuti interiori.

Questi sono solo alcuni dei vantaggi durante la pratica meditativa. È veramente difficile mettere in parole un’esperienza soggettiva e così tanto variabile e soggetta a tanti fattori.

Il modo in cui ognuno di noi fa esperienza della propria mente durante la meditazione e dopo, dipende anche dall’intenzione a farlo, dalle capacità meta-cognitive che si hanno per farlo, dal proprio stato d’animo del momento o stato d’animo abituale, dalla capacità di tradurre l’esperienza in parole, e altri fattori.

Alla fine, col tempo, si potrà anche lasciar andare questo Grande Vantaggio: è così che torniamo al punto di partenza, e agli insegnamenti di molti maestri, secondo i quali non c’è nessun obiettivo da raggiungere, neanche quello di stare bene.

Liberatevi della zavorra, uomini! Lasciate che l’imbarcazione della vostra vita sia leggera, carica soltanto di quello di cui avete bisogno

— Jerome K. Jerome —