Sentire la mancanza è una di quelle esperienze che abbiamo sperimentato tutti: vorremmo avere vicino a noi una persona – un’amica, un amante, un figlio, una sorella, un padre, … – ma non è possibile.

I motivi possono essere i più disparati: vive lontano, non stiamo più insieme, è morto, oppure in questo momento sta lavorando, è in viaggio, è impegnato, è a scuola, …

A seconda delle situazioni, sentire la mancanza può essere più o meno forte, più o meno sopportabile, più o meno facile da gestire.

Cosa accade nella mente, nel corpo e nel cuore quando sentiamo un “mi manchi” nascere dentro di noi?

La mindfulness ci aiuta ad accendere una luce su alcuni meccanismi e a scegliere consapevolmente cosa fare o non fare.

Uno dei pensieri che accompagnano la mancanza di solito è: “non ce la faccio a stare senza di te”.

È un pensiero potente, in grado di condizionare il nostro umore, che facilmente diventerà triste.

La tristezza circolerà nel corpo, abbassando le nostre spalle, opprimendo il nostro petto, alterando la respirazione, il battito cardiaco, la voce, ecc.

Quando pratichiamo la mindfulness ci alleniamo ad accorgerci di ciò che accade dentro di noi, interrompendo un automatismo, uno schema di gioco sempre uguale e sperimentando qualcosa di nuovo.

Sentire la mancanza: cosa fare quindi?

1. La prima cosa da fare dunque è considerare il pensiero “non ce la faccio a stare senza di te” semplicemente un pensiero, un prodotto cognitivo che, come tutti gli altri, può essere lasciato scorrere riducendone gli impatti psico-fisici. Ricordiamoci che tutto arriva, passa e se ne va, se non lo tratteniamo o respingiamo.

2. La seconda cosa è respirare, profondamente, portare la nostra attenzione sulle sensazioni dell’aria che entra ed esce dal nostro corpo, interrompendo immediatamente quel dialogo interiore così capace di condizionarci. Quando sentiamo non pensiamo!

3. La terza è sorridere, sorridere di noi, della nostra mancanza, del nostro pensiero killer, del fatto di trovarci in un circolo vizioso, di non sapere come fare. Non prenderci troppo sul serio e guardarci con gentilezza aiuta ad accogliere ed accettare quello che manca.

Potremmo poi allargare lo sguardo, uscire dalla trappola che il nostro benessere dipenda solo dalla presenza o assenza dell’altro, sentire la solidità del nostro essere, il radicamento a terra, la connessione con tutto ciò che è presente, e non assente, qui e ora. Quanto è bello questo cielo, quel fiore, quel bambino che sta attraversando la strada, il suono della pioggia, il profumo del mattino, …?

È fantastico poi quando riusciamo a uscire dalle nostre reazioni impulsive, che spesso non fanno affatto bene alle nostre relazioni, le appesantiscono e le spengono giorno dopo giorno.

È qui che possiamo sperimentare il potere del “non fare”: non fare quella telefonata, non scrivere quel messaggio, non lamentarsi per la situazione, non far sentire l’altro in colpa, non chiudersi in casa, non punirsi ulteriormente magari buttandosi sul cibo, sulle sigarette o su chiunque altro possa colmare il vuoto dentro.

Un ultimo invito che ci fa la mindfulness è a coltivare “intenzionalmente” questi atteggiamenti.

Non aspettiamoci dunque che solo per averli letti saremo in grado di agirli subito, serve una forte intenzionalità, il desiderio di farlo che si traduca in azione, la gentilezza di giudizio quando torneremo nei vecchi schemi e soprattutto, tanto, tanto allenamento!

Praticare la mindfulness quotidianamente farà la differenza, perché ogni volta che meditiamo, ci alleniamo a coltivare un’intenzione, ad accorgerci di quando ci distraiamo e attiviamo il pilota automatico e di quanto sia semplice ricentrarci, tornare all’intenzione attraverso il corpo.