Questo è il diario di un ritiro silenzioso o dell’incontro con i 5 ostacoli (quasi tutti)

Qualche giorno fa ho preso parte ad un ritiro silenzioso di 5 giorni. Il programma prevede sostanzialmente molte ore di pratica, seduta e camminata, in silenzio. Pasti in silenzio. Astensione dall’uso di dispositivi che interrompano il flusso della pratica stessa. Il tutto e’ – come sempre – un invito, e aderirvi e’ una libera scelta.

I tre aspetti di attenzione, attitudine ed intenzione fanno da fondamento e cornice all’esperienza.

Scrivo questa pagina seguendo cio’ che meglio ha risuonato in me da quando pratico la mindfulness: portare leggerezza – spesso anche ilarita’ – nell’incontro con le molteplici componenti dell’esperienza che questa attitudine ad ‘incontrarsi’ lascia emergere.

Durante il ritiro di incontri ne ho fatti molti, c’eravamo tutti: i miei futuri, i miei passati, le spinte creative, gli acufeni, la paura di non riuscire piu’ a muovermi dopo 45 minuti di pratica seduta, le mie pulsioni, e molti altri ancora. Ho sentito il mio corpo come mai prima, con chiarezza, svelato. E soprattutto ho sentito la mia mente. Quasi sempre.

Commenti come se fosse una partita di tennis, ragionamenti, fantasie, progetti, molte canzoni o ancora il loop delle campane appena ascoltate (per davvero). Assomigliava molto a cio’ che Kabat Zinn ha definito ‘il fragore delle cascate della mente’.

E dunque l’incontro principe del ritiro e’ stato quello con 4 dei 5 ostacoli:

  • dubbio
  • (rabbia)
  • irrequietezza
  • torpore
  • desiderio

Qualcuno li chiama maestri. Io, li chiamo compagni.
Sono stati i miei compagni giorno dopo giorno, respiro dopo respiro, e con loro anche molti altri, di segno uguale, oppure opposto. Ho notato, in quei giorni, alcune cose che vorrei condividere.

In primo luogo ho notato i miei sorrisi. La mia bocca, il mio corpo hanno sorriso piu’ volte, nel momento in cui ha fatto entrare la bellezza, lo stupore, cosi’ come quando ho riconosciuto il torpore, l’irrequietezza, le cascate della mente. Sorrido, e ho notato che si tratta di sorrisi differenti: divertiti, di tenerezza, delicati e compassionevoli; irriverenti, infantili, a volte sbocciati assieme ad un inarcarsi del sopracciglio.

Nei giardini, camminando,  ho notato il contrasto con il ritmo di chi era nel ‘fare’, come un fast forward da musicassetta, FFW. Mi sono meravigliata di alcune galline e un gallo che svolazzavano da un ramo all’altro,  verso la cima della grande pianta, come fossero in gara. Ho notato il profumo dell’unico albero in fiore in mezzo all’inverno, inebriante. Ho toccato il fiore, ed ho portato l’aroma sulle dita per un po’.

Nella pratica seduta ho notato come ‘sentivo’ i pensieri allo stesso modo in cui ‘sentivo’ una corrente di aria fresca, o il tepore della luce dell’alba sulla schiena. Accadimenti di passaggio, da incontrare. Impermanenza.

Ho notato che, vedendo un uomo piangere, ho sentito salire il desiderio di offrirgli un abbraccio. Poi la mente mi ha detto “meglio una stretta di mano, no, uno sguardo di amicizia, no, non fa niente”.
Su questo ho un po’ indugiato, ripensandoci. Inadeguatezza. Dubbio.

Ho notato che nel silenzio non ero nessuno. Che ero tutti. Che ero intimamente, apertamente me.

Non ho una conclusione da proporre, solo una pagina di vita da condividere. Non e’ sbagliato pensare nella pratica, non vi e’ una pratica buona e una cattiva. La pratica e’ sedersi dando il benvenuto a se stessi, tenendosi buona compagnia, non cercandosi, ma incontrandosi qui ed ora.

‘Siediti. È festa: la tua vita è in tavola’.
DEREK WALCOTT